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La democrazia è la migliore forma di governo?

Scritto da Ruggero Di Giovanna. Postato in Uomo sociale

Assemblea democraticaLa maggior parte della gente della civiltà occidentale dà per scontato che la democrazia sia la migliore forma di governo esistente. E' stato insegnato che essa sia stata una conquista del popolo e dell'umanità intera. Ne analizzeremo i dettagli sia da un punto di vista filosofico che pratico per evidenziare se sia questa una verità o meno. Essendo l'argomento lungo e ostico è accettata qualsiasi critica e sviluppo della mia analisi.

 

1 Innanzitutto il termine democrazia non ha un significato preciso. Non è stato mai deciso quale sia la sua ufficiale significazione. Quindi parlare di democrazia diventa già difficile perché ognuno ne dà che il significato che più gli aggrada. Molte Nazioni si dichiarano democratiche pur avendo sistemi differenti. L'etimologia del termine ha derivazione greca (δῆμος che gli studiosi dicono significare "popolo" e κράτος ovvero "potere" o meglio "forza materiale") ed esso nell'antica Grecia era utilizzato inizialmente in senso dispregiativo per criticare il sistema pericleo, come per evidenziare una dittatura del popolo (ovvero della maggioranza).

  2 Esso indica un rapporto tra gli elementi basilari di uno Stato. Questi sono: il popolo, la terra (in senso geografico)(elemento non ideologicamente necessario) ed un sistema di leggi che ne regolino il vivere comune. Il rapporto esprime il diritto del popolo tutto a decidere le leggi. Il minimo numero di persone per formare un Stato è due (qualcuno dice tre). Se infatti due individui decidono di vivere in comunità tra essi non è logico discutere dei problemi, dei diritti e dei doveri di ciascuno ogni qualvolta si presenta una situazione che li mette in causa; potrebbero infatti non raggiungere mai nessuno accordo a seconda delle proprie convenienze. Così nasce la necessità di stabilire delle regole fisse da rispettare in futuro: nasce la legislazione.

 

3 Mettere insieme le idee di due persone che vivono la medesima vita non è difficile. Condividendo infatti i medesimi problemi e le medesime necessità essi troveranno facilmente dei punti d'accordo su cui creare delle abitudini. Nel caso in cui si presenti una idea differente sarebbe certo un problema decidere chi abbia ragione e qui entra in gioco un grande ed importantissimo fattore che determina il benessere del vivere in società: il buon senso. Infatti solo attraverso una spinta di stampo etico essi possono raggiungere un accordo che li soddisfi entrambi; perché l'altra strada sarebbe affidarsi al caso ( ad esempio un tiro di dadi) e lascerebbe uno dei due con pericolosi risentimenti e comunque potrebbe portare ad una scelta iniqua. Se un altro individuo dovesse aggiungersi alla nostra simpatica coppia iniziale le cose si complicherebbero. Unire tre teste sarebbe più difficoltoso che due, ma di contro essi potrebbero trovare un sistema più semplice per risolvere le diatribe. Se difatti vi sono due opinioni e tre individui, due di essi devono necessariamente condividerne una ed essere dunque in superiorità numerica e , per il bene della comunità,  si è portati a pensare che sia giusto scegliere per il bene del maggior numero di cittadini: nasce il concetto di maggioranza. In qualsiasi sistema conosciuto in cui il popolo abbia parte attiva nella politica si decide tramite maggioranza o sistemi che se ne discostano non molto. Mi sembra corretto a questo punto precisare che già non si può parlare più di democrazia e neanche di oclocrazia, come piace a qualcuno (Polibio non era molto ferrato in politica), ma di "demopleistocrazia" (da πλεῖστοι, maggioranza). Se infatti il 51% della popolazione decide per anche per il restante 49% non si può dire che sia una decisione del popolo, perché questo non è il suo 51% e neanche il suo 99%, può solamente essere il 100%, così come voi non siete la vostra gamba o il vostro cervello. E' bene sapere ciò poiché spesso si pecca di troppa approssimazione.

 

4 In una piccola comunità, in cui gli abitanti siano più di tre, è reso necessario indire un'assemblea per discutere delle decisioni da prendere in cui siano presenti tutti i cittadini che, oltre ad esprimere la propria opinione, dovranno infine dare una preferenza sulle conclusioni dibattute al fine di trovare una maggioranza: nasce il voto. Questo semplifica le operazioni di legiferazione, ma ovviamente lascia meno spazio alle possibilità di personali interventi e modifiche, nonché controlli. Vorrei essere più chiaro su questo concetto. Esempio. C'è un sacco pieno di palline colorate e chiedo a tre persone di scegliere una pallina di un colore tra infinite possibilità di scelta. Anche se scegliessero colori diversi si potrebbe arrivare, discutendo, alla scelta di un colore preferito in comune. Se dovessi porre la stessa questione a 500 persone, eh sì che sarei in difficoltà; probabilmente troverei una maggioranza perché molti sceglierebbero dei colori comuni nel caso del nostro esempio, ma perderei moltissimo tempo per conteggiare le scelte. Dalla prossima volta sarei portato a scegliere un metodo più sbrigativo, ovvero , <Signore e signori, in questo sacco abbiamo le palline più importanti (concetto relativo, quindi da aggiungere: <a mio parere>), gialla, rossa e blu. Sceglietene di un tipo> Così riuscirei a sbrigarmi con una semplice alzata di mano. Per quanto il concetto sembra parecchio elementare, oggi giorno è presente in tutte le realtà burocratiche dei Paesi occidentali. Ad esempio in Italia i cittadini non possono scegliere il proprio capo del governo, ma possono dare solamente la preferenza per alcuni "candidati". Si immagini se ogni cittadino scrivesse un nome di preferenza per la carica di Presidente del Consiglio. E , "d'abitudine", i parlamentari votano sì o no serie lunghissime di leggi compilate da alcuni tra loro. Diventa chiaro come maggiore sia il numero di cittadini maggiore siano le problematiche legate all'applicazione del sistema democratico o pleistocratico, se preferite.

 

5 Le Assemblee, per questioni logistiche, possono ricevere un numero limitato di partecipanti, per cui in uno Stato in cui la popolazione superi almeno il migliaio di abitanti diventa pressoché impossibile organizzare una riunione con tutti i cittadini, si figuri in Paesi con milioni di abitanti come le attuali. Non avendo la possibilità di partecipare personalmente all'Assemblea i cittadini si organizzano ( sia istintivamente che logicamente) in gruppi caratterizzati da diversi livelli di profondità (si immagini come gruppo primario la famiglia, uno intermedio un piccolo partito politico, e come ultimo una Nazione intera o una Comunità di Nazioni) e inviano solamente uno di loro che possa fare da "portavoce": nasce la rappresentanza (oggi “delega”). Una figura cruciale per l'evolversi di una comunità di individui, un individuo che prima si riunisce con il proprio gruppo di rappresentanza e poi porta le decisioni nell'assemblea più grande, la si chiamerà Primaria. Sebbene possa sembrare ovvio che oggi sopravviva questo sistema, in realtà non ne esiste più nulla. Una delle cause primarie è sempre l'eccessiva quantità di persone che costituiscono la Nazione. L'Assemblea Primaria avrà sempre un numero di partecipanti che non supererà il migliaio, sia in uno Stato di mille abitanti, sia in uno di otto miliardi. Oggi (come anticamente) i candidati politici ricevono la delega del Popolo per poter fare ciò che vogliono non certo per fare da portavoce. Essi propongono i propri programmi (sovente difficilmente applicati) senza discuterne con chicchessia, e proponendo come democratici dei comizi tanto falsi quanto pubblicitari. Non esiste un rapporto tra le parti, nessun cittadino interviene nelle decisioni dei punti di tali programmi e tanto meno non c'è qualcuno che voglia che accada. Non possono essere chiamati pertanto né portavoce né rappresentanti (sottinteso “del popolo”). Non esiste altro termine che “votati” (che non equivale a “scelti”). S'instaura così una votocrazia. Il potere è nelle mani dei votati. Ma questo è un caso specifico. Infatti in una democrazia organica questo problema è in parte risolto con un sistema di voto piramidale, dai gruppi più piccoli in su, assicurando così che il votato sia conosciuto dalle persone che lo hanno scelto. Anche in questo caso, sebbene migliore, non è assicurato che i finali rappresentanti rispettino il volere del popolo. Esempi di democrazia organica sono stati in Spagna e Portogallo nel dopoguerra, ma le pressioni internazionali hanno impedito l'applicazione di buona parte dei suoi principi sino al suo definitivo tramonto.

 

6 Vi sono alcuni elementi che danno l'impressione di essere forme di pleistocrazia come i processi di democrazia diretta che oggi per lo più sono ostacolati da leggi ad hoc per evitarne l'applicazione. Ad esempio in Italia il referendum popolare, l'iniziativa popolare legislativa, la petizione. L' iniziativa popolare legislativa risulta vana in quanto i disegni di legge di iniziativa sono messi in secondo piano rispetto a quelli di iniziativa parlamentare (per legge). La petizione deve passare il benestare del Parlamento quindi non è democrazia diretta. Di referendum ce ne sono vari tipi. A livello nazionale , l'abrogativo, il costituzionale e il confermativo . Quest'ultimo non è uno strumento di potere, il primo ha sì una sua forza, ma presenta parecchie pecche. Innanzitutto Il parlamento può riscrivere e varare una legge uguale senza bisogno di consultare il popolo, basta cambiare una sola virgola nel disegno di legge. In secundis è quasi impossibile per dei semplici cittadini raccogliere 500 000 firme in un tempo massimo di tre mesi, impresa eseguile solo da gruppi di potere nazionale, come partiti, sindacati, massonerie e mafie. Il referendum costituzionale è l'unica forma pura di coinvolgimento diretto, essendo atta a modificare gli importanti e basilari articoli della costituzione. A livello regionale e comunale, oltre al referendum consultivo e quello propositivo, praticamente inutili, e a quello abrogativo di cui sopra, nessuna legge vieterebbe di introdurre il referendum deliberativo, il legislativo e il revocativo, che sono presenti ad esempio in Svizzera. I referendum , anche quelli più potenti, sono difficili a realizzarsi, perché è difficile che il popolo in quante tale si organizzi in tal senso e se ne interessi. Per questo è stato creato ad esempio il quorum, la quota minima da raggiungere affinché un referendum abbia validità, che non è presente nel referendum costituzionale. I gruppi di potere sanno bene che la popolazione difficilmente partecipa attivamente ad una votazione nazionale a meno che non sia bombardata di pubblicità. In tal senso le votazioni referendarie sono facilmente controllabili. In alcuni paesi, come il Brasile, esiste il bilancio partecipativo che è una forma di democrazia organica ed anch'essa funziona in rapporto diretto con il livello etico della popolazione, fortemente variabile.

 



 

7 Nella maggior parte dei Paesi non è permesso a tutti di votare. In Italia il diritto al voto è aperto ai soli maggiorenni e a chi presenti incapacità civile o sentenza penale irrevocabile o indegnità morale nei casi indicati dalla legge (cioè potenzialmente potrebbero fare qualsiasi tipo di legge in merito senza che nessuno possa dire nulla in contrario, non è infatti l'indegnità morale regolamentata dalla carta Costituzionale, nel senso che non esiste nessun criterio oggettivo per esaminarla). Almeno teoricamente la democrazia è il potere dell'elettorato attivo (non di tutto il popolo) che rappresenta circa il 78% della popolazione, cioè poco più dei 2/3! A questo aggiungiamo il fatto che le elezioni del senato sono riservate ai maggiori di 25 anni e la percentuale così diminuisce ulteriormente. Infine è circa 1/3 della popolazione (la maggioranza dell'elettorato attivo) che decide anche per i restanti 2/3 e, per semplicità e diletto, lo chiamerò “popolone”.

 

8 Come accennato poc'anzi è difficile che la gente si renda partecipe alle elezioni specie referendarie. O meglio, la sua partecipazione è direttamente proporzionale alla pubblicità effettuata. Purtroppo le persone considerano automaticamente importante ciò di cui si parla molto. Quando esse sono tartassate di informazioni tramite la televisione, i giornali, i conoscenti e gli amici, divengono più interessate alla questione e cominciano a farsi una “propria” idea in merito, idea costruita sulla base di informazioni acquisite passivamente e che generalmente arrivano da un'unica fonte. Di conseguenza chi controlla i sistemi di informazione controlla in grande misura anche i risultati elettorali, almeno in una popolazione dormiente come l'attuale che manca di una propria coscienza politica. Ciò non presuppone il fatto che tali controllori siano disonesti, ma semplicemente che le idee di pochi , non necessariamente giuste né errate, divengono le idee di tutti. Normalmente succede spesso che taluni prendono occasione per un fatto accaduto a favore dei propri obiettivi per fomentare l'opinione pubblica in tal senso e subito dopo proporre un referendum. Come nel caso di Chernobyl del 1986. Il referendum sul nucleare fu proposto un anno dopo, nonostante le centrali nucleari in Italia fossero presenti dal 1963, per una serie di convenienze e accordi con l'estero di cui si rimanda altrove. Tutti i rami del parlamento, per una delle rare volte, erano concordi sull'eliminazione dell'energia atomica (prodotta, non importata). Ampliando un po' il discorso si può dire che la maggior parte della popolazione crede di avere proprie opinioni, scaturite da chissà quali ragionamenti operati dalla propria mente, la quale in realtà non fa altro che elaborare informazioni limitate ricevute ad hoc dalle quali non può che giungere a conclusioni logiche previste dagli stessi individui che hanno deciso la diffusione di tali informazioni. Le masse credono ciò che gli è stato fatto credere. In tal modo dare il potere alle masse equivale a dare il potere a chi le controlla. Quei cittadini intelligenti che vogliano operare per convincere le persone a compiere le giuste scelte trovano tantissimi ostacoli, in primis la mancanza di risorse per poter comunicare con 60 milioni di persone (ritorna il problema del numero). Inoltre ai mezzi di controllo è sufficiente, essendo in pleistocrazia, badare a poco più del 50% degli elettori, che nei fatti significa neanche 20 milioni di persone. E' bene tenere a mente questa equivalenza: maggiore è il numero di individui = maggiori difficoltà si hanno a comunicare e mettersi d'accordo = più controllabili si è avendo la necessità di avere tramiti pericolosi come i media. Almeno fino al giorno d'oggi è stato ed è così, in futuro potremmo scoprire qualcosa per far comunicare facilmente tutta l'umanità (non si pensi al web), allora forse potremmo costituire un governo democratico mondiale, come piace a qualche mente distorta.

 



 

9 Essendo obiettivo dello scrivente discutere una soluzione anche ideale, si supponga che il pensiero di tutti gli abitanti di una Nazione sia indipendente, che non esistano i cattivi, i ladri e i malintenzionati. Governare una comunità di 400 abitanti (=100 famiglie) non è gioco da ragazzi. Col passare del tempo ci si può accorgere quante cose siano da regolarizzare sia dal punto di vista economico che sociale, politico, alimentare, sanitario e altro ancora. Così si viene a creare il bisogno (in una pleistocrazia) che almeno 201 abitanti siano informati su tutto ed abbiano una cultura sufficiente per poter discutere e risolvere problemi in tutti campi del sapere utili alla comunità. Distribuire le competenze a gruppi differenti spezzerebbe la pleistocrazia, perché sarebbe un rapporto basato sulla fiducia e il voto non sarebbe più consapevole. Se per esempio si decidesse che sono i 10 medici della comunità ad occuparsi delle leggi in merito alla sanità, tutti gli altri saranno all'oscuro della rettitudine delle loro decisioni. Essi saranno un'élite che potrà decidere ciò che vorrà e gli altri non ne capiranno un carciofo. Fin quando essi faranno del bene tutto andrà per il meglio e la società si svilupperà anche più velocemente, ma quando essi cadranno in errore, in buona o in cattiva fede, le conseguenze ricadranno su tutta la popolazione. Si immagini questa comune diventata grande nazione come l'Italia. Quante problematiche aggiuntive sorgono per la gestione di una popolazione così grande, di un territorio così esteso e di una diversità di esigenze tal differente? Domanda retorica: quante persone in Italia sarebbero capaci di governare il Paese o semplicemente di occuparsi di un solo settore, ottenendo il bene di tutti? Il 50 % più 1? Quindi ha senso far prendere decisioni difficili per la guida di una Nazione ad un gruppo incompetente?

 

10 In una demopleistocrazia il popolone è da considerare come il reale (sempre nella teoria) governatore e amministratore di un Paese. Se è il popolone che decide le leggi è del suo carattere di cui ci si dovrebbe occupare, che non è altro che il carattere umano. Tralasciando quale origine abbia e quali siano le sue caratteristiche innate, argomento a tutt'oggi al centro di lunghe diatribe, si sa per certo che esso ha dei lati positivi e altri negativi, non ne si ha altra esperienza. Le virtù e i vizi sembrano più elementi appresi durante la vita che caratteri generati dal DNA o dall'anima. Lo stesso vale per ideali sociali e individuali come la libertà, l'uguaglianza, l'altruismo e così via. Come ogni essere umano, dunque, il popolone può essere propenso tanto per la libertà quanto per il suo contrario, idem per le altre funzioni etiche. Democrazia non è sinonimo di libertà o di uguaglianza o di solidarietà, esprime solamente la sovranità del popolone, che se fosse illiberale la democrazia sarebbe illiberale. Se il popolone è razzista la democrazia sarà razzista, se il popolone è guerrafondaio la democrazia sarà guerrafondaia, come ad esempio nello Stato israeliano che lo è entrambi pur dichiarandosi democratico. Infatti, nonostante ci siano molti ebrei che rispettano i nostri stessi ideali di pace e amore, il popolone è controllato da una massa di puritani sionisti che guida l'intero popolo verso azioni rivoltanti come quelle di cui si può sentire giornalmente. Lo stesso vale per una dittatura. Se il dittatore è liberale la dittatura sarà liberale, se razzista l'uno razzista l'altra, se pacifista l'una pacifista l'altra. Cambia il soggetto ma non meccanismo. Da questo punto di vista si può anche concepire il popolone come il dittatore. Fa sorridere che già nell'antica Grecia filosofi e politici che non vedevano la democrazia di buon occhio la chiamavano dittatura del popolo e fa sorridere anche che Mussolini, tra le tante assurdità che gli sono uscite dalla bocca, abbia detto molto correttamente per i suoi tempi (come per i nostri):

 

“Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano” e

 

“l'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla. Il popolo tutto al più delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna. I sistemi rappresentativi appartengono più alla meccanica che alla morale”.

 

Lo stesso Mussolini delegò l'economista Silvio Gai per un'attuazione di una democrazia organica in Italia così come discusso al Congresso di Verona nella Repubblica Sociale Italiana. Il suo debutto era previsto per il 25 aprile 1945 insieme ad una riforma economica. Ma la storia, come ben non si sa, andò diversamente.

 



 



 



 

CONCLUSIONI

 

Non esistono attualmente Stati democratici. Non si parlerà più di democrazia, ma di demopleistocrazia (o pleistocrazia per semplicità). Non esistono Stati pleistocratici che superino un certo numero di abitanti.

 

Forse la pleistocrazia può rappresentare davvero un'ottima forma di governo, ma ci sono alcuni punti importanti da considerare:

 

  1. non ha senso parlare di pleistocrazia in uno Stato troppo popolato. Dall'analisi di esperienze effettuate nel mondo da svariati individui sulla formazioni di piccolissimi Stati autonomi pleistocratici interamente o parzialmente, decaduti o ancora in funzione, si evidenzia come superato un numero di popolazione di circa 2000 il sistema comincia a incrinarsi, per perdere definitivamente la sua stabilità sovranica intorno ai 5000. Per questo i greci avevano le città-stato. Erano facilmente gestibili, anche da un tiranno. Nulla poi vieta alle città-stato di interagire tra esse creando dei progetti comuni. L'idea di molti che uno Stato popolato possa avere più risorse di uno meno popolato è infondata. Lo stesso può avvenire in un accordo tra città-stato. L'Italia sarebbe per le città-stato quello che è oggi l'Unione Europea per le Nazioni facentene parte. Il sistema ideale, a mio avviso, per applicare la pleistocrazia è quindi un sistema esattamente contrario alla globalizzazione, e più il sistema è frammentato più efficiente risulterà e, soprattutto, il popolo sarà sovrano.

  2. La stabilità e lo sviluppo materiale, civile e spirituale di un popolo si manifesta principalmente in rapporto al suo grado morale e culturale. Non sono le leggi che devono regolare il comportamento di una popolazione secondo canoni ragionati e prestabiliti, ma è il popolo stesso che, cosciente delle proprie conquiste morali e intellettuali, trasforma in legge ciò che il senso comune ha acquisito e digerito. Come dimostra la psicologia didattica non serve imporre un comportamento a qualcuno, è parecchio più efficace farne vivere l'esperienza guidandolo attraverso i frutti della propria esperienza e, per questo, ci vuole tempo. L'educazione dei buoni valori è essenziale al fine del mantenimento di una società. Anche negli Stati più colmi di leggi si presenta una serie di abitudini e comportamenti che gli individui sviluppano con l'esperienza e che non verranno mai messi sotto forma di legge, perché non è facile tradurre a parole ciò che sta nell'animo umano. Se una virtù viene guadagnata da un popolo tramite degli avvenimenti speciali, è buon compito di tutti trasmettere questa conquista ai figli, cosicché questi possano evolvere più velocemente, fare nuove esperienze e tramandarle ancora. Spesso ciò avviene in automatico, basta osservare i genitori per ritrovarsi il loro stesso carattere senza che si sia potuti render conto di questo potente processo (e ciò vale per vizi e virtù).

  3. La condivisione di esigenze e obiettivi tiene un popolo più unito e collaborativo. Per questo si dovrebbe cercare di creare un rapporto politico con persone che vivono nella stessa terra con gli stessi problemi e le stesse abitudini vitali. S'intende per stessa terra un luogo in cui vi sia il medesimo clima , le medesime risorse d'acqua e così tutta quella serie di caratteristiche che facilmente si trovano in un luogo non troppo esteso tipo un 'attuale città, provincia o al massimo regione. L'Italia ad esempio è l'emblema del Paese che non ha un popolo similare. Dal Sud al Nord, da Ovest a Est, c'è un mix di gente così diversa che si stenta a credere come qualcuno possa concepire l'idea d'italiano come di un concetto fisso dotato di caratteristiche fisiche e comportamentali nette. L'unità d'Italia esiste solo nella carta e per tasche dei soliti noti, non certo nella realtà. Gli scontri tra nordisti e sudisti è un esempio di come gente diversa con tradizioni e cultura diverse e vita sociale differente possa entrare in conflitto anche per i più stupidi motivi.

  4. L'incompetenza (è un dato non un'offesa) del popolo nelle questioni politiche rende necessaria la presenza di gente colta che lo possa istruire nel migliore dei modi possibili. Questo comporta che tutta questa mole di informazione dovrebbe essere appresa fin dall'infanzia. I bambini, poi gli adolescenti e gli adulti, dovrebbero sacrificare lo studio di materie inizialmente inutili alla comunità come Storia, storia della filosofia, letteratura, geografia, sostituendole con quella che potremmo chiamare educazione civica e studiando solamente le basi delle altre. In età matura chiunque potrà poi decidere di specializzarsi nello studio di argomenti differenti. Non dovranno più esistere i politici o meglio tutti gli individui saranno politici; magari potranno evitare di chiamarsi “onorevoli”. Per quanto continueranno ad esistere gli esperti del settore, questi sarebbero sempre e comunque dei consiglieri e degli insegnanti. Le élite non saranno più.

 

Per avere la certezza che la demopleistocrazia sia un'ottima, se non la migliore, forma di gestione di un Paese è necessaria metterla in pratica, fin da subito. Solo l'esperienza potrà confermare quanto possa essere efficace e, non avendola mai vissuta, almeno il sottoscritto, si dovrebbe cominciare a dirigere il sistema verso questo obiettivo, dal rapporto con chi ci sta attorno alla partecipazione politica, nella mente e nella pratica. Per far ciò bisogna mettere in dubbio (non necessariamente riconoscere come errate) scelte così radicate nella cultura e nella forma mentis da considerarle difficilmente sacrificabili. Per esempio quante persone sono convinte che l'unità d'Italia sia stata la migliore delle soluzioni e che sia un caposaldo della storia da difendere a tutti i costi?

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