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Yama e Niyama - percorsi di migioramento personale

Scritto da Ruggero Di Giovanna. Postato in Yoga Marga

L'ETICA UNIVERSALE

Siamo in molti a credere che esista un'etica universale, una morale che non sia costruita convenzionalmente dai bisogni delle società umane, ma che sia intrinseca alla stessa natura innata dell'uomo. In tutto il pianeta negli eoni si sono sviluppate numerose società organizzate di individui e anche se esse hanno perseguito un'evoluzione civica, religiosa e tecnologica differente non poche volte hanno raggiunto l'ottenimento di alcuni principi etici fondamentali estremamente simili tra loro. Tali principi sono stati concepiti, dalla Natura o dall'essere umano, in tal modo da favorire la corretta evoluzione e benessere di qualsiasi individuo o gruppo di individui, in qualsiasi fase della storia e del progresso essi si trovino. Cosi oggi, come domani, troviamo le tracce e le conseguenze di queste conquiste morali e nelle Costituzioni civili, nei dogmi religiosi, nelle tradizioni in famiglia come pure nell'ufficioso galateo dal sapore astrologico ma dal praticismo immancabile (concetto differente dalla praticità).

È mio desiderio fare un po' di chiarezza sul valore e l'applicabilità dei principi morali, perché nonostante sia considerato un argomento facile da affrontare e di cui discutere, l'esperienza ha insegnato che dietro ogni singolo precetto etico covano dimenticati una grande presa di coscienza e un lungo cammino di conoscenza.In India, Paese ricchissimo di tradizioni di didattica morale, si sono sviluppate tante tradizioni di pensiero diramatesi in un certo qual modo in quasi tutti i cateti del pianeta. Parti di tali filosofie sono state raggruppate e perfezionate, in tal modo da creare un'unica linea di pensiero . Fortissimo esempio e colonna portante dello spiritualismo indiano è il testo tanto antico quanto famoso (quantomeno in India, in Occidente un po' meno) Yoga Sutra, attribuito ad un certo Patañjali. La brevità dei precetti ivi contenuti non rende l'idea della lunga e importante evoluzione del cammino che essi hanno perseguito prima di essere immortalati da penna e calamaio. Anche se si conosce il nome dell'ipotetico autore, appunto il simpatico Patañjali, la logica induce a pensare che siano esistiti diversi autori e che il testo sia il frutto di una miscela coordinata di simili filosofie. Di contro nulla esclude che il copiatore sia stato uno solo.

Esso riassume nelle parole, ma non nei concetti, quasi tutto quello che c'è da sapere sulla vita e la pratica yogica. Si immagini che ogni sütra (un verso di una o più frasi), volendo modernizzare le metafore, sia come un pacchetto file .ZIP, e solo un maestro che conosce il giusto algoritmo può effettivamente estrapolare una quantità di informazioni insospettabili. D'altra parte i sütra di Patañjali permettono anche un primo livello di lettura più semplice, attraverso cui anche il neofita possa avvicinarsi senza pericolo a tale magico mondo.

La decisione di scrivere proprio sullo Yoga Sutra e non su altri è derivata dal fatto che in esso i principi etici sono inseparabili dalla loro applicazione, per cui non mancano precise indicazioni su come agire nella vita reale in conseguenza dei principi morali. In breve non si ha bisogno (almeno ad un primo livello) di nessun prete che ogni domenica faccia la predica, ma sin dalla fine della lettura di questo articolo si può cominciare a mettere in pratica ciò che il cuore o la logica possano farci credere essere per ciascuno un piacere o un gradino in più verso un retto cammino.

Uno dei motivi per cui molti avventori dello Yoga occidentale non trovano piena soddisfazione nella sua pratica risiede nel fatto che essi non eseguono questa meravigliosa disciplina in maniera integrale, ma si limitano ad applicare una delle sue tante fasi, la cosiddetta Asana Yoga, ovvero la pratica di quelle posture del corpo che a volte appaiono molto complicate, senza rivolgersi a ciò che viene né prima né dopo né in contemporanea. A volte nei migliori corsi si aggiunge, spesso in forma elementare, alla fase di Asana anche quella del Prānayāma, basata sul controllo del respiro (insieme le due fasi sono designate con il termine di Hatha Yoga). Inoltre la radicata, cinica mentalità cartesiana dell'uomo occidentale, finalmente in fase di trasformazione, non riesce a vedere nello Hatha Yoga valori al di là della stoica utilità ginnica e corporale, tralasciando tutte quelle caratteristiche non solo fisiche ma anche spirituali che dovrebbero essere osservate necessariamente in un versatile intreccio olistico.

Tra le pratiche iniziatorie, indicate al fine di preparare il corpo e lo spirito alle funzioni yogiche, si trovano i cosiddetti Yama e Niyama, ed è su questi concetti che verterà l'attenzione questo articolo.

Secondo Patanjali Yama e Niyama sono i primi due membri di otto del cosidetto Raja Yoga, il vero yoga integrale (raja sta per regale), chiamato anche Astanga Yoga in cui Astanga significa otto membri (ast=otto e anga=membri). L'Hatha Yoga non è altro che l'insieme di altri due dei membri dell'Astanga, l'Ottava.

Ecco uno schema esemplificativo:

ASTANGA YOGA

  1. Yama:

    1. Satya

    2. Ahimsa

    3. Asteya

    4. Aparigraha

    5. Brahmacarya

 

  1. Niyama

    1. Sauca

    2. Santosa

    3. Tapas

    4. Svadhyaya

    5. Ishvara

    6. pranidhana

  2. Asana: posture e posizioni potenziali

  3. Pranayama: controllo della respirazione e nutrimento di energia pranica

  4. Pratyahara: raggiungimento della calma e silenziamento di sensi ed emozioni

  5. Dharana: discernimento e controllo di ogni pensiero

  6. Dhyana: contemplazione

  7. Samadhi: unione Uomo-Dio-Amore e illuminazione

 

YAMA

Yama significa all'incirca tensione, fatica nel senso che i precetti inclusi in esso sono come delle leggi basilari che presuppongono uno sforzo per una loro realizzazione. Essendo i principi molto generali, una loro applicazione prevederebbe un notevole cambiamento delle proprie abitudini, anche perché essi riguardano dei valori etici che possono non essere facilmente deduttivi e quindi non facilmente accettati e assimilati. Innanzitutto eccoli elencati:

  1. Satya – la Verità
  2. Ahimsa – non-violenza
  3. Asteya – non desiderare l'altrui
  4. Aparigraha – non legamenti
  5. Brahmacharya – ricerca del divino
 

Amo ricordare che tutte le suddivisioni e le categorizzazioni, abitudine ereditata da filosofie aristotelico-kantiane, servono semplicemente ad aiutare la nostra mente analitica a seguire un percorso adeguato e che a certi livelli esse tendono a scomparire per rivelare un UNIverso in cui niente è scollegato e separato.

 

SATYA

“Allorché lo yogin è fermamente stabile nella verità, egli consegue i frutti dell'azione senza agire ” (Patanjali - sutra 2,36)

Questa è la prima regola (molti, forse tutti, usano un ordine diverso). Satya è la ricerca e il rispetto costante e imperituro per la Verità.

  • In primis bisogna ricercare sempre la Verità, ovvero quello che personalmente appare che lo sia, vivere di essa e alimentarla seguendo il suo cammino;

  • bisogna rispettare la verità nel senso di essere sempre sinceri e mai indugiare sulle falsità. Niente bugie, mai. Capita che certuni credano che qualche bugia possa essere detta fin di bene ma si vedrà che quando si capisce che rivelare una verità potrebbe danneggiare qualcuno sarebbe meglio astenersi. Ecco perché:

innanzitutto l'introduzione di credenze false rallenta il cammino evolutivo dell'uomo, che sia esso tecnologico, sociale o spirituale. Quando si creano o si diffondono menzogne, queste si propagano come se fossero auto-alimentate; poi ognuna di esse ne nutre e ne crea di altre e ad ogni passaggio attraverso un non-cercatore della verità il mondo umano è sempre più nel caos. Attenzione ad una sottigliezza: non è detto che quello che si creda essere una verità lo sia veramente, ma è già molto importante aver e curare l'intenzione a detenere che la verità. Quelle che si chiamano convinzioni poi possono e devono essere discusse e tutte possono rivelarsi false, ma mettere intenzionalmente delle false informazioni equivale a mettere vari bastoni tra le ruote del carro dell'evoluzione, perché non solo rallentano la propria cerca, ma sviano anche gli sfortunati ascoltatori deviandoli verso selve oscure.

Ancor più importante, la semplice esistenza della menzogna provoca un sentimento di sfiducia dell'uomo nei confronti del proprio simile e del prossimo, oltre che in sé stessi. Infatti in qualsiasi confronto comunicativo in cui non regni il pieno amore tra le parti, il sospetto ha sempre via facile e il dubbio dell'attendibilità dell'altro si insinua molto facilmente nei modi più inimmaginabili, alimentando così un potenziale clima di non-costruttività.

Inoltre ogni qualvolta si racconta una frottola o una verità si crea un circuito vibrazionale nel mondo sottile che inevitabilmente porterà indietro il frutto di ciò che si è seminato. Alle verità risponderanno buoni intenti, alle fandonie terribili inganni, tutto come in uno specchio esseno.

Altra sottigliezza: per menzogna si intendono anche i piccoli abbellimenti e le minuscole smussature con cui si arricchisce una vera dissertazione. Un classico esempio è l'informazione leggermente alterata dei media e il racconto divertente che si passa tra amici. Il fatto che ognuno a sua volta faccia la sua personale modifica e che questo avvenga ripetutamente dà luogo alle fantomatiche leggende metropolitane o altrimenti alle comiche e adulterate notizie dei giornali.

Un pochetto più difficile risulta gestire le perpetuazione delle menzogne nei confronti di se stessi. Di fatti l'auto-comunicazione è di solito silenziosa e questo può permettere che essa passi inosservata al ligio filtro della pura coscienza.

Dal punto di vista di molte filosofie di matrice hindūista, molto legate allo Yoga, mentire appesantisce lo spirito (la puruṣa) che segue il ciclo karmico e che si evolve verso l'illuminazione rallentandolo e alterandolo, dando più potere alla prakrti, l'entità che lo tiene prigioniera nel mondo materiale.

Satya è il prima regola perché senza questa tutto quello a cui si va incontro potrebbe essere lucciola sulla via dell'ottenebramento. Anche adesso tutto quello che si legge in queste righe può portare un costruttivo messaggio solo se spinto da un'intenzione pura e sincera.

 

AHIMSA

“Allorché lo yogin è fermamente stabile nella non violenza, coloro che sono in sua presenza

abbandonano ogni ostilità ” (Patanjali - sutra 2,35)

Il concetto di Ahiṃsā si sviluppò in Occidente nel senso stilizzato di “non-violenza”; fu conosciuto in particolare per l'importanza che Gandhi gli diede nella sua lotta per l'indipendenza dell'India. La resistenza del leader indiano, espressa nella disobbedienza civile, era basata sulla pratica del satyagraha, che non è altro che la Satya e l'Ahimsa insieme. Tralasciando le interpretazioni del Mahatma che, per motivi politici, erano molto approssimative e superficiali (non per questo positivamente utili), e approfondendo un pochino il tema si scopre che il significato letterale di Ahiṃsā è mancanza del desiderio di far del male (da a- = mancanza e himsa = desiderio di nuocere, ma anche uccidere), che, come si può ben notare, apre ad un allargamento notevole delle sue implicazioni pratiche. Oltre al fatto di non poter uccidere altri esseri umani è compreso anche il non-uccidere qualsiasi essere vivente, animali e piante. Riguardo al nuocere il non far del male è soggettivamente relativo ovviamente al proprio criterio di male e di bene e per questo esistono proprio le regole etiche, utili alla riscoperta della Conoscenza del Bene e del Male.

Importante è capire che non è l'atto in sé del nuocere o uccidere a essere una cattiva azione, ma il fatto che esso sia guidato dall'intenzione che lo genera.

L'ahimsa prevede di conseguenza una dieta strettamente vegetariana, perché anche nutrirsi di un cibo ucciso da altri contribuisce all'attuarsi di quell'azione e al suo reiterarsi nell'immediato futuro. Di contro non si può considerarsi responsabili delle forme di vita a cui si pone fine attraverso il semplice esercizio del vivere. Calpestare accidentalmente una formica o ingoiare il minuscolo verme nascosto nel nostro pasto non rappresenta uno strappo alla regola, proprio perché non è stata l'intenzione (o desiderio) a guidarne la messa in atto. È pur vero che si intraprendono azioni quotidiane sapendo già prima che esse causeranno delle vittime, e quindi sono evitabili. Ad esempio la semplice guida di un'automobile nella stagione estiva ci assicura una carneficina di insetti silurati sul parabrezza. Anche passare l'aratro pone una terrificante fine ai piccoli e innocenti abitanti del sottosuolo.

Può sembrare esagerato, ma esiste un corretto equilibrio che non può essere né spiegato a parole né insegnato ma che solo l'esperienza di una profonda ricerca spirituale potrà rivelare.

È vero che quando si sente parlare di violenza si pensa all'atto fisico dell'uccidere o danneggiare qualcuno, ma la violenza non è solo fisica. L'intenzione di fare del male a qualcuno semplicemente attraverso le parole o l'influenza sulla mente e la psiche, puntando anche sugli stati emozionali, è considerata himsa allo stesso modo che uccidere.

Le conseguenze di queste interpretazioni sono plurime e più si prosegue nella ricerca personale per scoprire ed eliminare le cause degli improbi desideri più si comprende come sia possibile ottenere una pura forma di ahimsa solo nel caso in cui si sia raggiunto interiormente uno stato di profondi Amore, Coscienza, Consapevolezza, Conoscenza, Equilibrio, Coerenza energetica e Distacco Prakrtico.

Se si è in collera, ad esempio, non si può non evitare di influenzare negativamente chi sta intorno e a secondo del proprio livello di disequilibrio si rischia di poter danneggiare qualcuno non solo al livello psichico, ma anche al livello fisico; una fonte di negatività, come una persona in collera, emana energie distruttive che in persone sensibili o già in uno stato psico-fisico precario possono compartecipare alla genesi di una male concreto.

L'intenzione negativa in questo caso è nascosta in un atteggiamento contrariante insito nei meandri più o meno nascosti della propria psiche personale e per cui si rende necessario trovare quella causa che genera una basale intenzione negativa nei confronti del mondo e della Vita.

Contrariamente un individuo in uno stato di Amore e Consapevolezza aiuta chi sta intorno semplicemente con la sua presenza.

Nei livelli più alti gli Swami (maestri di se stessi) più realizzati si preoccupano di aiutare l'intera umanità attraverso la manipolazione positiva del mondo spirituale, il quale ha aperto solo ad essi le sue delicate porte, alle quali entrano mentre sono seduti nel loro povero salotto in qualche capanna sperduta del pianeta. Per essi non aiutare il prossimo avendone la possibilità è una mancanza alla regola.

 

ASTEYA

“Allorché lo yogin è fermamente stabile nell'onestà, le ricchezze interiori si presentano a lui da

sole” (Patanjali - sutra 2,37)

L'Asteya riguarda l'arte del non desiderare ciò che non appartiene di diritto naturale, applicato sia al mondo materiale (e quindi anche sociale) che spirituale.

Se non si possiede un oggetto non desiderarlo per sé (da cui il significato di non rubare);

se uno status sociale non è meritato non lo si agogni;

se non si è fallito nel raggiungere uno stato spirituale maggiore non giocare il ruolo come lo si fosse fatto;

L'Asteya in realtà si rivolge soprattutto agli obiettivi psichici e spirituali, perché già parecchi precetti nello Yoga, come altrove, insegnano il non attaccamento alle cose materiali, sia che si posseggano sia che appartengano ad altri, da cui è automaticamente escluso l'attaccamento alla roba (da cui rubare) altrui, che sia un oggetto, una moglie o un ruolo sociale.

Ma, ad un livello inferiore, il fatto di insegnare il non rubare nel piano materiale aiuterebbe già non poche collettività a uscire dall'oblio delle loro coscienze.

Come si può notare ogni concetto può essere letto a diverse profondità, ed ognuno deve essere adattato alla propria personalità e stato evolutivo; in ogni caso essi si ripeteranno in altri stati mentali e spirituali più sviluppati pressappoco nelle stesse modalità in un viaggio cosmico interiore lungo le spire di un vortice frattale.

 

APARIGRAHA

“Allorché lo yogin è fermamente stabile nella non possessività, sorge la conoscenza dei "come" e

"perché" dell'esistenza.”(Patanjali - sutra 2,39)

A quanti di noi capita di avere la sensazione di essere sempre distratti dai nostri obiettivi da qualcosa o da qualcuno? Ma che sul momento non ce se ne rende conto e solo dopo, se si è ben accorti, si scopre di aver perduto del tempo.

L'Aparigraha insegna a evitare tutto ciò che sia inutile per il nostro cammino sia in terra che in cielo. Questo presuppone una dotata capacità di analisi e sensibilità che devono essere affinate con il tempo e l'esperienza oltre che tramite la conoscenza e lo studio. Eliminare gli ostacoli lungo i tre cammini:

  • il cammino nel mondo terreno

  • il cammino nella nostra interiorità

  • il cammino del nostro spirito verso Dio o l'illuminazione

In tutti i casi si dovrà essere capaci di eliminare il superfluo, l'inutile, tutto ciò che può deviare, rallentare, ostacolare, fermare o inquinare la retta via.

Nella maggior parte delle persone si osserva come gran parte dei pensieri elaborati durante la giornata sia il frutto della ricostruzione di dati provenienti dall'esterno, quasi per nulla di concetti generati ex-novo e, in piccola percentuale, da idee riprese dai giorni precedenti. Ognuno di noi, si spera, ha degli obiettivi, ma il tempo che si ha a disposizione per ragionarci su viene spesso utilizzato piuttosto per reagire mentalmente ai fenomeni esterni. Può essere una persona che ci dà a parlare, una televisione o uno schermo di computer che ci tempestano di informazioni, può essere un evento atmosferico, un evento nella strada accanto: qualsiasi cosa sposta la nostra attenzione sull'oggetto posto in questione.

L'obiettivo è controllare la propria attenzione e dirigerla sui circuiti mentali di nostro interesse secondo una scala prioritaria che deve essere stilata da un'analisi personale di coscienza piuttosto che da un caotico passivismo recettivo.

Per essere più semplici, evitare ogni distrazione, e, prima ancora, saper capire e difendersi da esse.

Una volta appreso il comportamento in uno dei tre cammini qualsiasi sarà molto più agevole applicarlo negli altri, ricordando che, ad un livello profondo, le distrazioni non provengono solo dall'esterno, ma nell'infinito e inesplorato universo interiore si resterà sorpresi di trovare tanto altro oltre la propria persona.

Si potrebbe trovare altrove una spiegazione dell'aparigraha intesa come non possesso, ma che è un termine troppo superficiale e molto travisabile. Aparigraha viene da a- mancanza e parigraha = entità che tiene un legame tra una cosa e il suo proprietario. Il concetto può essere semplificato come evitare l'attaccamento ai beni materiali, che non è per nulla errato, ma la logica e l'esperienza porta a credere che ciò da evitare siano sopratutto le entità di qualsiasi natura che ci legano al mondo materiale impedendoci l'avanzare verso la propria rotta, ovvero quello che si è spiegato poco avanti.

 

BRAHMACHARYA

“Allorché si consegue la purezza sorge nello yogin un disgusto dei proprio corpo e si evita il

contatto fisico con gli altri ” (Patanjali – sutra 2,40)

La parola Brahmacharya è composta da:

  1. Brahma : il brahman è l'essenza divina, identificato spesso con lo Spirito santo

  2. char: è il verbo andare

  3. ya: verso

Dunque “andare verso il Brahman”, ovvero perseguire una vita che tenga in alta considerazione la parte spirituale e tutto ciò che essa comporti.

Nella cultura moderna, specialmente in India, si è perso il vero significato del Brahmacharya, il quale è visto come uno stadio della vita (un āśrama) in cui bisogna rispettare dei dogmi di stampo pseudo-religioso, come ad esempio il voto alla totale castità, come se il sesso fosse un ostacolo alla spiritualità. Ma come in ogni popolo invischiato nelle inevitabili contraddizioni di un'istituzione pseudo-religiosa anche in India ci sono persone che vedono nel sesso-Amore una via per la liberazione dell'anima, una via detta Tantra Marga; per questo motivo non è raro in questo strano Paese trovare dei templi, delle chiese colmi di raffigurazioni di uomini e donne nudi sia soli sia nell'atto copulativo.

È vero che un certo tipo di attaccamento morboso al sesso è dannoso per lo spirito, ma l'atto carnale consumato nell'Amore, nella Consapevolezza e con il giusto partner e nei giusti momenti vibrazionali può considerevolmente aiutare la propria ricerca del Brahman.

Anche analizzando l'assunto da un punto di vista filosofico sembra non avere molto senso. Se infatti esiste veramente un principio divino, che sia un Dio o semplicemente la Natura, che permette all'Uomo di evolversi verso la sua natura animica perché mai tale Principio supremo avrebbe dovuto proibire questa via ad alcuni uomini e concederla ad altri, ovvero solo a chi cede ad un voto di castità. Se si presuppone che la Natura sia stata giusta ed equanime allora tutti gli uomini dovrebbero poterne usufruire e quindi tutti e sette i miliardi di abitanti sulla Terra dovrebbero fare voto di castità ma così l'Umanità si estinguerebbe nel corso di una sola generazione.

È più umano pensare che l'attività sessuale sia una componente essenziale del nostro viaggio su questo pianeta e che l'avvicinamento ad una età più avanzata ed ad uno stile di vita più legato al brahman e alla spiritualità raffredda automaticamente il desiderio sessuale fino alla sua totale sparizione. È un equilibrio da gestire durante il corso di tutta l'esistenza allineandosi di volta in volta ai principi della purezza dell'anima.

Per concludere gli elementi racchiusi nella pratica del Brahmacharya sono parecchi, ma non sono facilmente identificabili da parte di chi non ha confidenza con un qualsiasi tipo di esperienze spirituali. Per questo, più in passato che oggi, si preferiva che tale tipo di messaggio venisse tramandato di bocca in bocca dal maestro al suo allievo cosicché quest'ultimo potesse essere seguito passo per passo e fosse stato nella condizione di ricevere le giuste informazioni nel momento migliore.

 I principi dello Yama non devono essere visti come dogmi da rispettare obbligatoriamente, ma come scopi da raggiungere e da far sempre più propri ad ogni passo del cammino. Non serve a molto rispettare un principio senza viverne i risvolti pratici; un principio deve essere mentalmente acquisito. Si deve essere convinti della sua veridicità, per questo il percorso può rivelarsi più lungo del previsto. Quindi non bisogna demoralizzarsi facilmente perché non si riesce ad applicare una regola, ma bisogna prendere coscienza che ogni giorno si migliora e si va avanti, ogni più piccolo mattone farà parte della nostra casa anche se visto da solo non sembra che un inutile pezzo di pietra.

 

 

NIYAMA

Niyama significa all'incirca “calma” e “rilassamento”, nel rimarcare la differenza con i principi dello Yama, che sembrano più impegnativi e restrittivi. Esso racchiude le istruzioni per pratiche disciplinari da compiere sia quotidianamente che saltuariamente. Sono tutte utili ma nessuna indispensabile.

Eccone un riassunto

  1. Shaucha – esercizio della Pulizia

  2. Samtosha - appagamento

  3. Tapas – rispetto delle regole

  4. Svadhyaya – studio del sé e delle scritture

  5. Ishvara Pranidhana -Fede nel divino interiore

 

SHAUCHA

“Dalla purezza mentale sorge allegria, potere di concentrazione, controllo dei sensi, e capacità di realizzare il Sé ” (Patanjali - sutra 2,41)

Shaucha indica il pianto di lacrime volendo metaforizzare la pulizia delle turbe emozionali tramite un atto psico-fisico.

In un primo livello si intende la pulizia del corpo in generale con tutte quello che essa prevede. Oltre alle norme igieniche che tutti bene o male conoscono esistono delle tecniche più specifiche e particolari che rivolgono l'attenzione a delle parti del corpo particolari e che bisognano di un istruttore che le mostri almeno la prima volta. Queste tecniche, raggruppate in 6 categorie, sono racchiuse nella pratica dello Shatkarma e comprendono:

  1. Neti – pulizia e purificazione delle vie nasali e buccali

  2. Dhauti, a sua volta diviso in:

    1. Antar Dhauti - purificazione interna

      • Shankhaprakshalana – pulizia dell'intestino

      • Agnisarkriya – attivazione della funzione intestinale

      • Kunjal – pulizia dello stomaco con acqua

      • Vatsaradhauti – pulizia dell'intestino con aria

    2. SirshaDhauti - purificazione testa e torace

  3. Nauli - stimolazione e rafforzamento degli organi addominali

  4. Basti – pulizia della parte terminale dell'intestino

  5. Kapalbhati – utilizzo del respiro per purificazione cerebrale

  6. Trataka – contemplazione per pulizia dei pensieri

 

La pulizia deve riguardare anche l'ambiente fisico intorno, la casa, l'ambiente in genere e anche gli oggetti con cui si entra spesso in contatto, compreso il cibo di cui ci si nutre quotidianamente.

Come si può ben notare, in un livello più profondo, la pulizia riguarda anche la mente. Perché prima di accingersi a scrivere la propria vita, bisogna che il foglio dell'esistenza sia bianco e pulito. Patañjali dona parecchi consigli a tal proposito nel suo Yoga Sutra, che invito vivamente a leggere. Ad esempio: La mente diviene quieta coltivando un atteggiamento di amicizia, di compassione per i sofferenti, di equanimità verso felicità e dolore, virtù e vizio. (sutra 1,33)

Egli spiega anche che dalla purificazione (detta anche suddhi) la mente raggiunge uno stato divinamente puro (o sattvico). Sattva è uno dei tre Guna, ovvero, detto in poche parole, una delle energie primordiali originate dall'essenza divina. Può essere identificata come luce divina, per cui una mente sattvica è un'entità che riguadagna il suo antico stato di essere di luce. Dalle origini della vita Sattva viene adombrata dalla creazione di alcune degenerazioni dell'essenza primeva, prima il Rajas e infine il Tamas, stato ultimo della materia, in cui le vibrazioni energetiche risultano a livelli infimi. In realtà, né Sattva né Rajas sono scomparsi, ma i tre Guna coabitano in ogni spirito-corpo, e secondo quale dei tre prende il sopravvento sugli altri la coscienza si comporterà di conseguenza più o meno illuminata.

 

SAMTOSHA

“Con l'appagamento si raggiunge la felicità suprema ” (Patañjali – sutra 2,42)

Samtosha è il senso dell'essere soddisfatti e questo nasce principalmente da due concetti molto semplici:

  1. imparare ad accontentarsi di ciò che si ha e ringraziarne chi o cosa lo abbia permesso;

  2. imparare a vedere le cose positive e non quelle negative. Rendersi conto che la colpa della propria insoddisfazione non proviene dalla sfortuna o dal solito individuo che ha messo un bastone tra le ruote e che ha spinto alla collera, ma la causa sta in qualche cosa che non va in se stessi.

La sfortuna e la fortuna non sono altro che materializzazioni delle proprie intenzioni e dei propri equilibri/squilibri interiori.

Accettare ciò che accade, sempre. In ogni evento ci sono dei messaggi. Anche un accadimento in apparenza negativo ha molto da insegnare e, soprattutto, manifesta dei messaggi, dei simboli attraverso cui si possono svelare gli intrecci dei fili dell'anima che in quel momento temporale sono tessuti nel confuso groviglio interiore.

Samtosha è facilissimo eppure, forse proprio per questo, la gente non pone fiducia in questa abitudine meravigliosamente utile.

Quando vi chiederanno se voi siate un tipo da bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno la vostra risposta spontanea dovrà essere: “un bicchiere è sempre tutto pieno, che ci sia dentro acqua o aria”.

“Quando la mente è disturbata da pensieri nocivi, medita sui loro opposti”(Patañjali – sutra 2,33)

 

TAPAS

“Il Tapas distrugge le impurità, e con l'insorgere della perfezione nel corpo e nei sensi, si

risvegliano i poteri fisici e mentali.”(Patañjali – sutra 2,43)

Tapas, letteralmente fuoco/energia, è da considerarsi come l'azione di raggiungere la perfezione stimolando le migliori energie del corpo positive e bruciando quelle negative. Una pulizia eseguita con il fuoco, un battesimo di fuoco. Esso permette sia l'eliminazione delle tossine e delle brutte sostanze che il corpo abbia acquisito o generato, sia manifestazioni negative che hanno colpito la parte invisibile dell'individuo, come ad esempio gli samskara, che rappresentano sia le impressioni dei ricordi delle vite precedenti radicatesi al livello subconscio (e quindi normalmente incontrollabili), sia delle entità energetiche indipendenti e autosufficienti generate da particolari vibrazioni che si formano come conseguenza di taluni processi percettivi, emotivi ed intellettivi.

Sono numerosissimi i comportamenti riconoscibili come Tapas. Qualche esempio:

  • la pratica del silenzio

  • L'immobilità

  • la corretta alimentazione - nello Yoga è molto conosciuto il Mitahara

  • il digiuno - come il Chandrayana

Nel poema hindūista Bhagavadgītā,testo sacro molto legato allo Yoga e parte del più completo Mahābhārata, si trovano al capitolo XVII i seguenti passi che fanno una piccola ma molto interessante dissertazione sui Tapas:

“Le persone che praticano Tapas gravi in disaccordo con le prescrizioni della tradizione sacra, pieni di falsità ed egoismo, abitate dalla forza bruta del desiderio e della passione, queste insensate torturano il gruppo degli elementi situati nel loro corpo e anche a me [Kṛṣṇa, un essere divino simile al cristo evangelico] che risiedo nel loro corpo: sappi che le loro convinzioni sono asuriche [demoniache]” ( Bhagavadgītā XVII:5)

e anche:

“Il culto reso agli dei, ai nati-due-volte, ai maestri spirituali, ai saggi, la purezza, la rettitudine, la castità e la non-nocività: questo si chiama tapas corporale.

Il linguaggio che non turba né ferisce, che è veridico, gradevole e benefico, così come lo studio personale assiduo, è quanto viene detto tapas della parola.

La chiara serenità della mente, la dolcezza, il riserbo silenzioso, la padronanza di sé, la purezza di sentimenti, è quanto viene detto tapas mentale.

Questo triplice tapas, quando è praticato con la fede più alta da persone che non si aspettano ricompensa alcuna e che stanno in raccoglimento, è detta sattvica [da Sattva].

Il tapas che si pratica per ottenere onori, riguardi, venerazione, o per ostentazione, quaggiù, è detto rajasico [da Rajas], instabile, effimero.

Il tapas che si pratica con una ostinazione cieca, torturandosi, o allo scopo di annientare gli altri, è detta tamasica [da Tamas]. ( Bhagavadgītā XVII:14-19)

 

SWADHYAYA

“L'unione con il divino avviene attraverso lo studio del Sé ”(Patañjali – sutra 2,44)

Lo Swadhyaya è lo studio della mente tramite la conoscenza del sé, delle scritture e delle esperienze altrui.

Nella ricerca del divino nascosto nei meandri più profondi dell'essere si deve avere a che fare con tutti i giochi e i labirinti della mente e se non si conosce la modalità con cui essa agisce il compito diventa estremamente arduo. La ricerca della propria interiorità può iniziare anche senza alcuna preparazione, basta sedersi comodi e percorrere un viaggio mentale. Ovviamente questo potrebbe non bastare e, solitamente, non basta. Per questo bisogna approfittare della conoscenza che altri hanno conquistato attraverso la fatica e questa è possibile trovarla, anche se spesso poco chiara, in testi appositi o nella scambio comunicativo con altri iniziati o maestri.

La Conoscenza del sé non è raggiungibile solo attraverso un'analisi prettamente logica e conoscitiva, appunto mentale, ma esistono tecniche che permettono di oltrepassare questa fase, o, meglio ancora, di esserne un complemento. Per fare un esempio, le recitazioni dei Mantra, come il famoso OM (aum), innescano nella psiche meccanismi che aprono le porte della saggezza.

 

ĪŚVARA PRANIDHANA

“E' possibile realizzare l'illuminazione totale, arrendendosi a Dio ”(Patañjali – sutra 2,45)

“La realizzazione può essere ottenuta anche mediante la devozione a Dio, Īśvara. Īśvara è il Puruṣa supremo, insensibile a qualsiasi afflizione, azione, e alle loro conseguenze per le impressioni interiori dei desideri. (Patañjali – sutra 1,23-24)

In Īśvara è il supremo principio di Consapevolezza e la conoscenza suprema. (Patañjali – sutra 1,25)

Nulla cultura hindūista esistono tante parole in sanscrito per identificare Dio e ciascuna di esse assume un significato differente. Purtroppo spesso i traduttori, proprio per deformazione professionale, non riescono a ricopiare l'intraducibile parola originale, così si costringono guidato da un certo masochismo professionale a utilizzare la traduzione più prossima; in tal modo il dittongo Dio diviene il jolly di centinaia di altri termini differenti, con le dovute disastrose conseguenze per chi non conosce la lingua originale e neanche la validità del traduttore. Per questo nelle citazioni dei sutra che ho riportato ho spesso sostituito la blanda traduzione con i termini originari evidentemente decodificati in codici latini.

Nel nostro caso il concetto di Īśvara è da ricondurre al principio divino che alberga e crea tutte le cose. È un entità che vive dappertutto, nell'infinitamente grande e nell'infinitamente piccolo, senza Tempo né Spazio, sempre, adesso e ovunque. L'Uomo possiede questa divinità, perché anche Lui è Cosmico e il Puruṣa, scintilla divina, lo pervade e lo plasma. Egli è una minuscola e singolare parte del Puruṣa supremo, e basta trovare questa goccia trascendente nel proprio essere da poter facilitare il cammino verso l'unione con Īśvara, il Samādhi.

“Arrendersi a Dio” dunque diventa “lasciare spazio al potere del divino presente in sé”. Non è facile all'inizio di un percorso spirituale rendersi conto di questa fantastica presenza, per cui la Fede nell'esistenza del proprio Essere divino, il Puruṣa, aiuterà a trovarlo più velocemente e con minori difficoltà, cosicché si potrà immergercisi e giungere alla piena illuminazione.

 

Concludendo, le pratiche del Niyama esposte sono elementi di base che dovranno essere necessariamente sviluppati, anche da soli. Sia chiaro che, nonostante la semplicità di molti concetti, il loro progresso dovrà essere seguito da uno studio e un esercizio costante. Buona pratica

 

Ruggero Di Giovanna

EvolFenix

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Filippo
0 # Filippo 2012-11-21 10:56
Sembra facile, ma bisogna provare
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